martedì 2 ottobre 2007

Intervista a Sandro Pasqual

Sandro Pasqual è diplomato in violoncello e laureato in storia. Esperto in economia della musica è da tempo attivo nella divulgazione dei principali problemi che assillano la professione del musicista. Ha pubblicato numerosi articoli e volumi e fra questi il manuale di economia della musica “fare musica”. Collabora con il mensile “il giornale della Musica”, il bimestrale “world music magazine” e l'emittente “radio classica”. Tiene il corso di “Diritto e legislazione dello spettacolo” presso il conservatorio di Ferrara.


Ciao Sandro, grazie per avermi concesso un po' di tempo per questa intervista. Ho da poco finito di leggere il tuo libro, mi è piaciuto in quanto scritto per tutti, anche per i “non musicisti”, come li chiami tu. Come è nato il libro, con quali motivazioni l'hai scritto? Hai trovato difficoltà a pubblicarlo o avevi già un editore?

Con la recente riforma dei Conservatori, anche i musicisti classici possono completare il loro corso di studi con una laurea specialistica biennale, che prevede oltre allo studio della musica anche importanti materie complementari, come “diritto dello spettacolo”. Chiamato ad insegnare questa materia, mi sono reso conto che il primo problema è trovare un “linguaggio” intermedio tra i sofismi della giurisprudenza e della burocrazia, e le “necessità” quotidiane dei musicisti (di tutti i musicisti, ovviamente, non solo di quelli classici). Dai miei appunti destinati agli studenti è nato “Fare musica”, come richiesta di un editore molto attento ai bisogni della musica come è Gianni Rugginenti. L’obiettivo del libro è quello di consentire una “doppia” lettura: come manuale, per chi abbia bisogno di risposte immediate a specifici problemi che si possono incontrare nella professione (ma che riguardano spesso anche i semplici “appassionati”); e come primo indirizzo per chi voglia cimentarsi nei tre grandi settori dell’economia musicale (che convenzionalmente individuo come creatività, attività professionale, attività commerciale).

Sei anche fra i soci fondatori e promotori di “note legali” che ha fatto di internet un'arma vincente. L'associazione è giovane ma ha già raggiunto importanti traguardi. Questo perchè sicuramente quando è nata avevate idee ben precise sui servizi da offrire. Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro? Ci sono progetti che dovete ancora annunciare o sogni nel cassetto? Come può migliorare il panorama musicale italiano questa associazione?

Per parlare di Note Legali è bene contattare l’attivissimo presidente della associazione, Andrea Marco Ricci, che sarà felicissimo di rispondere ad ogni domanda. Da parte mia, che ho partecipato alla nascita di Note Legali e ne sostengo con entusiasmo la diffusione, posso dire che ci sono due aspetti essenziali che giustificano la presenza dell'associazione. Primo, l’esigenza di passare da un approccio dilettantistico verso la musica, ad un atteggiamento competente e professionale. La convinzione che un musicista debba essere già appagato dal piacere della musica, e non abbia altri diritti, è una tara diffusissima nella nostra società. La battuta diffusa “Che mestiere fai? Il musicista! Ho capito, ma per vivere, che mestiere fai?” è purtroppo uno specchio della mentalità comune. Lo slogan di “Note legali”, “noi sappiamo quanto vali”, esplicita subito la direzione “economica” dell’impegno dell’associazione. Secondo, la sensazione che chi tira le fila della vita collettiva (politici, amministratori, imprenditori) sia in genere molto distante dal mondo della musica. Questo rende necessario costituire un “ponte” che superi questa distanza, e questo ponte può essere rappresentato solo da un gruppo di persone che vivono quotidianamente i bisogni della musica e dei musicisti, ma che nello stesso tempo parlano il linguaggio di quei politici, amministratori ed imprenditori, e lo sanno “tradurre”.

Sei stato chiarissimo, io stesso proclamo la libertà di musica, ma all'interno di una legislazione precisa, chiara e possibilmente riconosciuta. A questo proposito parliamo di un tema a noi caro per motivi opposti probabilmente. I diritti d'autore. La "siae olandese" ha da poco integrato le Creative Commons (news su linux). Questo significa due cose: che gli associati avranno maggiore libertà di decisione sui propri diritti e che queste nuove licenze "semilibere" stanno crescendo in importanza. Qual'è la tua personale opinione e soprattutto che probabilità ci sono di cambiamento in Italia?

Lunghissima la risposta completa, cosicchè provo a sintetizzare il mio pensiero. Due (o tre) sono i percorsi economici che la musica può intraprendere per sopravvivere: le leggi del mercato o “l’ombrello” dello Stato (oppure, terza ipotesi, l’uno e l’altro). Mi perdoni chi non la pensa come me, ma non voglio nemmeno valutare l’ipotesi di un mondo musicale fatto di soli dilettanti (come nelle società primitive). L’ombrello statale è una soluzione interessante, che in questi ultimi tempi si è rivelata essenziale per la sopravvivenza di certi settori della musica; ma è difficile da mantenere entro limiti di oggettività ed equilibrio che non sono comuni nella politica. Il mercato –specie un mercato in cui possa iniettare nel pubblico una più consistente dose di “competenza all’ascolto”- sembra l’alternativa più percorribile, ma richiede regole certe per potersi sviluppare. Le “Creative Commons” sono una risposta all’assenza di regole, una risposta per ora incompleta e non generalizzabile, ma costituiscono indubbiamente un progresso rispetto a certi improbabili progetti di “anarchia culturale” propugnati recentemente. Temo solo che l’attenzione di questi nuovi orizzonti sia troppo concentrata su particolari aspetti (musica commerciale, distribuzione via internet) che non possono rappresentare l’intero mondo della musica.

Le C.C. Nascono anche per contrastare il mondo degli editori/produttori che si è staccato un pochino troppo dagli artisti ed ha fatto un mercato a sé. Forse anche per colpa degli artisti stessi che si sono lasciati comprare. Però C.C. Non vuole solo essere una rinuncia a tutti diritti, ma ad una parte di essi, dando libertà all'autore di decidere quali rilasciare. Perchè non recepirle, all'interno della nostra SIAE?

In linea generale sono d’accordo sull’esperimento, ma mi raccomando sempre di non buttare via con l’acqua sporca anche il bambino che c’è dentro. L’obiettivo è quello di cambiare “un certo modo di fare l’editore/produttore”, e non di mettere in discussione l’importanza, l’utilità dei bravi editori e produttori, che sono necessari, fondamentali nella musica. Questo nel mio libro è più volte ribadito, per evitare un errore che sarebbe disastroso. Come dici tu (e questo è il mio sogno segreto, il fine per cui combatto), il problema si potrebbe risolvere con un maggiore coinvolgimento degli artisti, che smettano di essere gingilli passivi (e, spesso, un po’ cretini) nelle mani degli altri. Da qui discende anche la mia residua diffidenza sulle “Creative Commons”: tecnicamente sono principalmente un sistema di distribuzione, e quindi la loro efficacia è limitata nella mia visione della musica, che è “globale” e vuole comprendere ogni momento della vita quotidiana, ogni fascia di popolazione, ogni mezzo di comunicazione. Ben altri, e più ampi interventi, sarebbero necessari per trasformare la nostra società. Però sono contento, come ti ho scritto, perché con loro si afferma un “sistema delle regole” (come già era con Linux) entro il quale si può e si deve progredire. Per un autore iscritto alla SIAE le “Creative Commons” possono “risolvere” una piccola sfera di gestione dei diritti, quelli su Internet: la possibilità è stata già “recepita” dalla SIAE, che nel recente statuto ha introdotto una “libertà” per l’associato nella gestione dei diritti su Internet.

Le opinioni rappresentano gli autori, e pur nella libertà concessa a chiunque di leggere e riprendere i contenuti, nessuna modifica può essere giustificata se non quando autorizzata dal firmatario.



2 commenti:

Gremus ha detto...

Condivido totalmente il pensiero di Sandro Pasqual, soprattutto laddove rivendica una maggior considerazione della professione musicale, abbinata ad una consapevolezza troppo spesso vacante nei musicisti stessi.
Sulle CC e i diritti d'autore il mio pensiero coincide perfettamente. Le CC possono essere complementari ai diritti d'autore, non sostitutivi. Sono ottime quando l'artista decide di non dare un valore commerciale al proprio operato. Altrimenti servono a poco.
La Siae dovrebbe non solo recepire le CC (e poi anche se non le recepisse, l'autore con le sue opere fa ciò che vuole), ma dovrebbe scegliere se essere un carrozzone per pochi o un mezzo per tutti. Per ora prevale la prima.

Fabio ha detto...

Le proposte possono essere tante e non sempre si può essere d'accordo. Ma se prevale la voglia e l'obiettivo di dare una nuova dignità al musicista (e consapevolezza) di sicuro si arriva a fare qualcosa di nuovo.
Per quel che riguarda la SIAE, che ormai è mal vista da tutti (a volte con torto a volte con ragione), due sono le soluzioni:
- un cambiamento interno, fatto da soci onesti che vogliono il bene della musica e non dei soliti noti
- la concessione della tutela dei diritti ad altre società, in modo da creare concorrenza quindi un servizio migliore (anche se qui in Italia è un concetto difficile, migliorare).