Due righe le posso scrivere, anche se la notizia del cosidetto "ultimo concerto dei Genesis" a Londra, di qualche giorno fa, mi ha lasciato senza emozioni particolari. I Genesis, quelli che avrei voluto conoscere, ascoltare e ammirare in concerto, non ci sono più dal 1975. Il gruppo che è sopravvissuto dopo l'uscita di Peter Gabriel ha sempre avuto la mia profonda stima e - soprattutto nei primi anni - mi ha comunque regalato ottima musica. Ma Genesis - per me - è il gruppo composto da Banks, Rutherford, Collins, Hackett e Gabriel.
I Beatles. Il gruppo che prima snobbavo, poi ho ascoltato quasi per caso, poi ho amato. E' uscito l'attesissimo documentario / documento curato da Peter Jackson (quello de "il signore degli anelli") ed è il momento di tirare fuori qualcosa da dentro. Qualcosa che forse è rimasto all'oscuro per molto tempo a causa della mancanza di informazioni certe che non arrivavano proprio dai componenti della band. Il risultato: ogni voce o diceria è diventata parte della storia. Storia che da oggi viene parzialmente riscritta o - comunque - nuovamente interpretata.
Si chiude un ciclo, ma ne inventerò un altro. Con il 2021 finisce l'avventura di e con Radio Noventa in cui ho cercato di portare a compimento idee, missioni e, naturalmente, programmi.
Alcuni podcast li trovate ancora qui (Soul Kitchen e Le pagelle del Fabiet) ma, con l'anno nuovo, verranno ovviamente eliminati.
Non cancellati però perchè troverò il modo per pubblicarli in questo blog visto che presentano contenuti che ritengo interessanti e ben accolti.
Ha compiuto gli anni da poco ed è fra i miei preferiti. Non un semplice batterista.
Mi è capitato di leggere questo articolo del ben più quotato (del mio) sito Rockol. Leggetelo.
Al di là dell'ipnotico e inaspettato solo in "The End", per non parlare del suo incredibile contributo in "Abbey Road", mi sono soffermato sui soliti "commenti del bar" in Facebook.
Si pure io faccio i miei commenti da bar, nessuno è escluso. Ma mi diverte proprio leggere tutti i reply su Facebook che riguardano la figura molto discussa (come batterista ma non solo) del signor Ringo Starr.
"Un gran batterista". "Non sapeva nemmeno andare a tempo". "Brani famosi grazie al suo timing".
E via così, ognuno ha la sua teoria, batteristi, mezzi batteristi e passanti per caso.
Ovviamente lasciamo perdere tutti i grandi della storia come - ad esempio - Stewart Copeland (Police), Dave Grohl (Nirvana).... bene guardatevi il video qui sotto e non farò liste.
Tanto per farci un'idea di come un batterista semplice ed intuitivo come Ringo Starr possa fare scuola ed essere fondamentale nella crescita di molti musicisti.
Io sto con loro, sia chiaro, e mi diverte leggere i cosidetti "contrari". Per carità, amo la libertà di opinione e.... non importa nemmeno chi ha ragione. La storia è sempre pronta a raccontarci di come Ringo Starr fosse il batterista dei Beatles e di come i Beatles abbiano avuto un certo successo grazie a capolavori del pop. Che magari hanno inventato loro. E Ringo ne faceva parte.
Ma sto divagando. Mi interessa il discorso del "solo". Cos'è il "solo"? E' il momento in cui un musicista si mette davanti alla band (no non è che prende lo strumento tipo una batteria, la sposta e si mette davanti al chitarrista). Gli altri tacciono (solitamente) e il "solista" (così si chiama) cerca di mettersi un po' in mostra facendo uscire i muscoli mantenendo una musicalità, se possibile (e una dignità).
Discussione infinita, nel mio piccolo ma funzionante cervello, è da sempre acceso dibattito sulla "convenienza" del solo. Perchè? Ha un senso all'interno del brano? Oppure deve essere un momento più ragionato in cui un musicista esprime, sottolina o esegue una variazione di un tema già presente nel brano che sta suonando?
Non c'è storia! Zitto, prenditi i tuoi applausi e non pensare.
Applausi...forse però.
Appunto, chi applaude, il pubblico. Cosa pensa il pubblico di un "solo". Come lo vive, cosa si aspetta una persona che va ad un concerto. Ho cercato di individuare più atteggiamenti, vediamo se indovino il vostro.
IL FAN DEL VELOCE
Partiamo da "quelli che il solo fa vedere chi è il più bravo". Già cercare il più bravo in un gruppo parti sbagliato, comunque... Il fan veloce apprezza i soli veloci, a 200 di metronomo e perchè no a 300. E poche pause, per favore. Torna a casa deluso se la velocità media è di 150 e probabilmente non tornerà a rivedere un gruppo se la cosa si ripete per più di due volte. Non sopporta tutto il resto, o al limite lo tollera come semplice momento di passaggio fra un'eruzione vulcanica e l'altra.
A casa ascolta musica solo se può manipolare la velocità dei brani.
IL FAN DEL LENTO
Non è proprio il contrario, il fan del lento è un tipo vanitoso. Si vanta di "aver capito" che "il musicista che ha capito" è colui che affronta il solo in modo pacato, disegnando le note nell'aria una decina di volte prima di realizzarle veramente sullo strumento. Una specie di yoga-musicista insomma. Non è il contrario perchè il "fan del lento" apprezza la velocità (contrariamente all'altro caso che non apprezza la lentezza), purchè rara, misurata. Il momento "veloce", per il fan del lento, è sempre una genialata che "permette al musicista di far capire chi è veramente il migliore".
IL JAZZISTA
Attenzione, il jazzista innanzitutto è uno che la sa lunga. Conosce nomi, anni, versioni. E riesce veramente a seguire un giro durante il solo. Non suona, sa a malapena tenere in mano uno strumento ma riesce a capire se chi gli sta davanti, il musicista intendo, "sente" il brano, lo sta suonando bene. Non importa la velocità o la lentezza, l'importante è che sia catalogabile. In cosa? Chiaro! In qualcosa di riconoscibile nell'immensa discoteca casalinga.
IL TUTTO UN PO'
Io faccio parte di questa categoria: mi va bene tutto. Tutto purchè suoni, se non ci sono assoli son pure contento ma se ci sono e sono corti tiro le orecchie e me li godo. Il tutto un po' non fa solitamente gare e non ne prende parte, apprezza l'insieme e l'arte delle pause. Il tutto un po' si impaurisce quando si parla di soli perchè non ne capisce nulla.
L'ASSATANATO
Categoria che mi fa un po' paura. In pratica.... assolo o non assolo per l'assatanato l'importante è che sul palco qualcuno consumi un rito. Che sia un incendio di uno strumento, una distruzione, un atteggiamento di superiorità ostentato a ripetizione. Ma anche atteggiamenti più semplici come la sofferenza continua nel viso del musicista mentre suona, il dare le spalle, il fare discorsi strani, il provocare il pubblico. Tutto quello che, alla fine del concerto, ti fa dire "eh quello è un vero musicista".
Le ho dette tutte? Ho elencato le più evidenti.
Tornando a Ringo Starr. Grazie Ringo. Hai sostenuto i Beatles per quasi 10 anni, hai fatto scuola con semplicità. E ti sei tolto lo sfizio di un "solo" alla fine del percorso. Facendo scuola, anche in quell'occasione.
Nell'incredibile mondo delle persone oggetto ampio risalto hanno gli uomini (o donne) paracadute.
Utilissimi per attutire cadute o programmare in sicurezza lanci senza rischi, o quasi.
La scelta dell'uomo (o donna) paracadute deve essere attenta e meticolosa: devono durare a lungo ed essere facilmente ripiegabili su se' stessi.
La scelta del colore è ovviamente personale e non mi dilungherò sull'importanza del rosso o la prevalenza del verde. O magari sul pessimismo del bianco o del nero.
La certezza di avere trovato la donna ( o l'uomo) paracadute perfetta si ha solo con i primi collaudi. Si eseguono alcune prove a terra, qualche piccolo lancio. Quando si è certi della scelta fatta ci si può lanciare da qualsiasi altezza. E volare.
Certo, volare per finta, in realtà si atterra dolcemente e l'altezza diventa solo un dettaglio.
Il paracadute non serve da subito, è utile solo nel momento in cui, durante la caduta, si sente il bisogno (chiamiamola pure necessità vitale) di aprirlo. Ecco che basta tirare la cordicella e magicamente quello zaino deforme che avevamo alle spalle si apre e si presenta in tutta la sua maestosità.
Maestosità che ammireremo per tutta la dolcissima caduta. Lo elogeremo, lo adoreremo nel corso di tutti quegli indimenticabili istanti di vita fra il cielo e la terra.
E lo ringrazieremo, certo, tirando un sospiro di sollievo per la mancata apertura - sfigata - evitata.
Salvo poi, una volta atterrati, ripiegarlo e rimetterlo, giustamente, nel suo contenitore.
E subito dopo, noi a vantarci dello stupendo lancio, il para-cadute par-cheggiato in garage.
Un consiglio agli uomini-donne paracadute: trovatevi almeno un buon contenitore.